L’etica va vissuta come strategia d’impresa e non come attività residuale – Massimo Folador

L’ospite di questo episodio di Periscritto è Massimo Folador che è scrittore, socio e amministratore di Askesis e docente di Business Ethics presso la LIUC Business School .

Il concetto di etica legato al mondo delle imprese è al centro del pensiero e dell’attività di Massimo Folador da tanti anni, ma è soprattutto ciò di cui le imprese oggi hanno bisogno per far fronte al cambiamento epocale in corso e alla carenza di risorse con i quali devono fare i conti. L’etica, che Massimo Folador  intende come quel comportamento abituale capace di condurre al bene comune, è proprio ciò che consente di far fronte a questa carenza di risorse.

L’importante è vivere l’etica come strategia d’impresa e non come attività residuale. Pensiamo per esempio alle attività  di greenwashing  poste in essere da molte aziende per “imbellettarsi” o per comunicare ciò che non è o  semplicemente per dire che sono brave a fare filantropia. Non è questa l’etica di cui parliamo. L’etica è strategia e di conseguenza deve essere corredata da strumenti strategici perché, come tutte le strategie d’impresa volte allo sviluppo e al miglioramento, ha a che fare con l’ambiente, con le persone e col sistema impresa. 

 Massimo Folador è l’autore di un libro che s’intitola “L’organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto. Una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna” pubblicato da Guerini Next. La regola di  San Benedetto con i suoi 1500 anni di storia viene riproposta dall’autore  come ispiratrice di un nuovo modo di fare impresa e diventa applicabile nelle imprese moderne. Ma come come si traduce la saggezza dell’antica regola nell’attività complessa delle imprese di oggi?

I monaci, per secoli, hanno sviluppato valore economico ma anche valore sociale e valore culturale per cui sono tanti i temi e i valori ai quali l’impresa oggi può attingere. Il tema principale è sicuramente la centralità della persona in qualsiasi attività umana. La persona che cerca la propria identità, che cerca i propri talenti e lo fa assieme ad altri e di conseguenza punta alla forza e alla coesione che possono esserci solo in una comunità se è veramente tale. 

L'organizzazione perfetta. La regola di San Benedetto

L’ultimo libro scritto da Massimo Folador s’intitola invece “Storie di ordinaria economia. L’organizzazione (quasi) perfetta nel racconto dei protagonisti” (Guerini Next) e parla di 24 imprese che tendono verso il bene comune. In particolare sono imprese che praticano questo modo nuovo di fare impresa senza sbandierarlo e che, oltre a essere molto produttive economicamente,  hanno un forte impatto sociale non solo al proprio interno  ma anche nel territorio circostante.

Il male comune danneggia l’impresa e danneggia l’economia, gli scandali che hanno coinvolto negli ultimi anni grandi imprese italiane, specie bancarie, ce lo dimostrano.  In questo libro io ho raccontato invece le attività che 24 imprese hanno svolto verso il bene comune e ho scoperto che sono legate tra loro da alcune caratteristiche. Sono imprese che istintivamente provano a valorizzare il capitale umano, che hanno a cuore la collaborazione e quindi il capitale relazionale e infine vivono l’impresa come sistema che non è chiuso in sé ma che si apre ad altre relazioni, al territorio, alla comunità e ai clienti.

Storie di ordinaria economia

Un altro concetto molto importante per l’impresa odierna, in quanto asset di sviluppo, è quello della responsabilità sociale che non sempre viene definita correttamente. Un’impresa è socialmente responsabile quando sviluppa determinate azioni nei confronti del suo network e si fa carico degli effetti che queste producono. Massimo Folador spiega nell’intervista che la cosa importante è vivere l’impresa come socialità.

L’impresa sociale non si chiude all’interno di quattro mura ma si apre almeno al territorio circostante e vive questo mondo interno ed esterno come impresa allargata, responsabile del rapporto con i fornitori,  con i clienti e con tutti gli stakeholder ed è così capace di creare un valore maggiore e più sostenibile. 

Gli imprenditori “illuminati” che hanno compreso l’importanza di questo nuovo modo di fare impresa e che lo praticano quotidianamente e in maniera ordinaria, potrebbero trarre un ulteriore beneficio dal racconto della propria storia. Ho chiesto a Massimo Folador qual è il suo pensiero in proposito e se anche lui crede nel racconto delle storie d’impresa.

Nella complessità quotidiana, tra mille informazioni a volte stupide e banali, eccessive e fuori luogo, l’idea di fermarsi nel lavoro ma non solo e di ascoltare il proprio racconto può fare bene. Bisogna essere un po’ maieutici e poi far sì che in quel racconto le persone si riconoscano.

Massimo Folador cura sul quotidiano Avvenire la rubrica “Che bella impresa!” in cui racconta le storie di chi ogni giorno prova a coniugare due temi importanti che sono appunto la bellezza e l’impresa, perché si traducano in competenze e volontà, intelligenza ed energia e  realizzare “opere”che restino nel tempo.

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