Dai microrganismi possiamo imparare strategie di sopravvivenza e a collaborare – Stefano Bertacchi

L’ospite di questo episodio è Stefano Bertacchi, biotecnologo industriale e dottorando presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, divulgatore scientifico e autore del libro “Geneticamente modificati. Viaggio nel mondo delle biotecnologie” pubblicato dalla casa editrice Hoepli.

Le biotecnologie sono una scienza a metà strada tra la biologia e l’ingegneria e sono presenti nelle nostre vite molto più di quel che si pensa. Noi esseri umani – come mi ha detto Stefano Bertacchi – siamo sempre stati biotecnologi, la produzione degli alcolici (come la birra e  il vino) oppure il pane, sono il frutto di processi biotecnologici che utilizzano un microrganismo che è il lievito (Saccharomyces cerevisiae).

Delle biotecnologie esistono diverse declinazioni che vengono classificate attraverso dei colori. Le principali sono: le biotecnologie rosse cioè quelle mediche, le biotecnologie bianche che sono quelle industriali, che hanno lo scopo di utilizzare microrganismi per la produzione di molecole di interesse merceologico, come il biocarburante, le bioplastiche ma anche i farmaci. Poi ci sono le biotecnologie verdi che si occupano delle piante e quelle grigie che hanno lo scopo di salvaguardare l’ambiente.

Il libro di Stefano Bertacchi ci aiuta a scoprire l’importanza che i microrganismi hanno nelle nostre vite, ai quali spesso diamo una connotazione negativa mentre in realtà sono alla base della nostra sopravvivenza.  I microrganismi sono straordinari e spesso sottovalutati – dice Stefano Bertacchi – ma da loro possiamo imparare molto soprattutto delle nuove strategie di sopravvivenza.

I microrganismi estremofili, per esempio, sono dei supereroi perché sono in grado di sopravvivere a condizioni estreme di temperatura, di pH e di concentrazione salina. Tra gli estremofili c’è poi il batterio  deinococcus radiodurans, che è in grado di sopravvivere a elevate radiazioni. Dai microrganismi possiamo imparare la collaborazione in quanto spesso essi  collaborano fra loro per sopravvivere, creando dei consorzi di microbici che hanno lo scopo di  produrre, per esempio, delle molecole di particolare interesse o facilitare la degradazione del cibo.

Geneticamente modificati

Uno dei temi principali affrontati da Stefano Bertacchi nel suo libro, è il DNA che è l’acronimo di acido desossiribonucleico. Semplificando molto possiamo dire che il DNA è il libretto d’istruzioni delle cellule cioè, al suo interno, c’è scritto come costruire una cellula. Il DNA – mi ha detto Stefano Bertacchi – è  il linguaggio universale che accomuna tutti i diversi esseri viventi ed è la componente principale del grande libro della natura e della biodiversità da cui possiamo attingere. 

Il DNA è una molecola che noi chiamiamo polimero perché è come se fosse costituita da tanti piccoli vagoni di un treno i quali, a seconda dell’ordine in cui sono disposti, portano delle informazioni. Il DNA non è immutabile e le mutazioni sono un fenomeno che si verifica naturalmente e per fortuna perché, se così non fosse, non ci sarebbe l’evoluzione.

Quando sentiamo parlare però di mutazioni e in particolare di OGM (organismi geneticamente modificati) non possiamo negare di provare un certo disappunto o sospetto. In linea generale – come dice Stefano Bertacchi – per OGM s’intende un organismo il cui DNA viene modificato tramite una tecnica di ingegneria genetica. L‘esempio classico è la transgenesi in cui si prende un gene da un’organismo e lo si mette dentro a un altro.

La definizione di OGM non è scientifica ma giuridica ed è soggetta a regolamentazioni molto diverse da un paese all’altro. Per esempio c’è una grande differenza tra Stati Uniti, dove la legislazione è più aperta ed Europa in cui invece è più rigida. Purtroppo è un ancora oggi un acronimo che, soprattutto in Europa e in Italia, spaventa e uno degli obiettivi del mio libro è  far capire che le biotecnologie non sono solo OGM ma tanti processi diversi che non necessitano per forza della modificazione genetica, basti pensare per esempio alla produzione della penicillina.

Le biotecnologie in generale sono considerate spesso come nemiche dell’ambiente ma in  realtà non è così anzi, uno degli scopi principali, è proprio quello della salvaguardia degli ambienti. Proprio in questo campo, soprattutto le biotecnologie ambientali, hanno sviluppato diverse strategie per  il monitoraggio dei danni causati dall’uomo all’ambiente. Poi ci sono le biotecnologie industriali che cercano di  ridurre l’impatto ambientale derivante dall’utilizzo delle risorse fossili.

Ci sono le bioraffinerie che utilizzano biomasse rinnovabili ovvero delle sostanze, principalmente vegetali, che siano in grado di rigenerarsi velocemente. Come sappiamo il petrolio è un prodotto naturale ma che si rigenera in milioni di anni quindi è una risorsa che va in esaurimento. Distinguiamo tra le bioraffinerie di prima generazione, che utilizzano delle biomasse edibili cioè qualcosa che mangiamo anche noi, come il mais e la canna da zucchero.  Le bioraffinerie di seconda generazione, che utilizzano gli scarti delle biomasse che non hanno valore commerciale, per esempio le piante che crescono nei fossati, i rifiuti organici urbani o gli scarti dell’industria alimentare. Le bioraffinerie di terza generazione, per finire, hanno a che fare coi microrganismi che, direttamente con la fotosintesi, catturano anidride carbonica già presente nell’aria.

Sugli OGM se ne sentono un po’ di tutti i colori e sono tanti i falsi miti in circolazione. Assieme a Stefano Bertacchi abbiamo provato a smascherarne alcuni e per scoprire quali sono le bufale più clamorose sugli organismi geneticamente modificati, vi consiglio di ascoltare questa intervista.

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