Gli oceani sono i più grandi regolatori della stabilità climatica del pianeta – Sandro Carniel

In questo nuovo episodio di Periscritto, parliamo di oceani assieme a Sandro Carniel, che è oceanografo e Primo Ricercatore presso l’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Venezia. Sandro Carniel è anche l’autore di un libro che s’intitola “Oceani. Il futuro scritto nell’acqua” pubblicato dalla casa editrice Hoepli (Collana Microscopi 2017).

In questo libro, che non è un saggio e nemmeno un manuale, Sandro Carniel riporta le sue esperienze personali, vissute in quasi vent’anni d’attività, con le quali si mescolano i contenuti scientifici che stanno alla base dei suoi studi e delle sue ricerche. Pagina dopo pagina, con uno stile chiaro e coinvolgente, cerca di rivolgersi in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori ovvero a chiunque abbia voglia di lasciarsi affascinare dagli oceani.

Da questa intervista emerge con chiarezza un concetto fondamentale: abbiamo bisogno di conoscere gli oceani perché questi sono i più grandi regolatori della stabilità climatica del pineta. Sandro Carniel ce lo dice chiaramente ma questo che cosa significa?

Gli oceani sono i depositari dell’evoluzione climatica attuale e anche del nostro futuro. Il motivo è semplice: essi hanno una capacità di trattenere il calore, che arriva ad essere fino a mille volte superiore a quella dell’atmosfera. Quindi l’accumulo di energia nell’atmosfera stessa, a causa dell’anidride carbonica, del metano e di altri gas, è andato a riversarsi per il 90% negli oceani. Possiamo dire che, se il cambiamento climatico attuale è ancora limitato in termini di aumento di temperatura, lo si deve proprio al fatto che sono gli oceani a sacrificarsi, in virtù di questa grossa capacità di accumulo termico che hanno e a garantire quindi la stabilità climatica del pianeta, in termini di calore e di umidità.

oceani

Per comprendere il mare bisogna studiarlo e per farlo, come scrive Sandro Carniel nel suo libro, bisogna metterci i piedi sopra e dentro. Salire su una nave oceanografica e misurarlo, non solo in superficie ma anche in profondità, muovendosi in vari punti.” Eppure sappiamo ancora molto poco dei nostri oceani e in particolare degli abissi, che sono per il 95% ancora inesplorati. Ma come si può misurare il mare?

La misura in mare può essere fatta restando fermi in un punto, nel quale possiamo collocare per esempio un palo strumentato, un rilevatore di temperatura o di onde, per misurare solo ciò che accade in quel punto. Possiamo utilizzare i satelliti che ci permettono di osservare, sì aree molto vaste ma per poco tempo e solo in superficie. Oppure possiamo spostarci a bordo di una nave oceanografica e calare degli strumenti nella verticale, per poi spostarli muovendosi da un posto all’altro. Non dimentichiamo la tecnologia di ultimissima generazione, che ci mette a disposizione dei robottini che possono essere filoguidati o teleguidati dalla nave, per acquisire informazioni.

Esplorare gli oceani non è semplice. Si tratta di un’attività lenta e costosa ma se noi ne sappiamo così poco, oltre a non averli ancora veramente osservati, lo si deve anche al fatto che l’uomo è un animale terrestre e sostanzialmente interessato a ciò che attiene alla sua quotidianità. Eppure la sua mano incombe e sta mettendo in crisi la capacità di resistenza e di resilienza degli oceani, esponendoli a tutta una serie di minacce.

Io li chiamo attacchi multipli quelli a cui sono esposti i nostri mari. Alcuni sono frutto del riscaldamento globale per cui, se si riscalda l’atmosfera si scaldano anche i mari, che tendono ad espandere di volume e quindi a salire di livello. Altri sono legati ad un utilizzo degli oceani intesi come un mondo infinito dal quale poter attingere, pensiamo al sovrasfruttamento della pesca, e nel quale poter scaricare i propri scarti senza preoccuparsi che alla fine questi,  in qualche modo, possano ritornare in circolo. Mi riferisco allo sversamento di metalli pesanti, all’inquinamento da plastica, agli ordigni inesplosi che si trovano nei fondali. Pensate che nel Mare del Nord e nel Baltico, ci sono più di 50 milioni di pezzi esplosivi, che vanno dalla piccola cartuccia alla grossa ogiva.

Quello che ci descrive Sandro Carniel è un quadro preoccupante anche se il messaggio che ha scelto di veicolare attraverso il suo libro  è  diverso e cioè quello di coltivare una speranza, di pensare al futuro che, come dice il sottotitolo, è scritto nell’acqua. Un futuro delle possibilità che possono diventare concrete a patto che ci sia un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, anche riguardo ai gesti che facciamo ogni giorno e alle conseguenze che questi possono avere. Ma in concreto che cosa possiamo fare?

Il cambiamento passa attraverso gli stili di vita dei singoli, che devono essere più attenti nelle scelte dei consumi che fanno ogni giorno. Così come la piccola azione negativa di ognuno di noi crea il danno, allo stesso modo l’azione positiva piccola di ognuno, può creare il beneficio. Ma non basta, servono poi delle azioni collettive e in particolare della politica e della comunità internazionale, per recuperare un concetto di utilizzo delle risorse del pianeta entro i limiti.

Anche un ricercatore, nella veste di divulgatore scientifico, può fare molto da questo punto di vista. “In qualità di ricercatore – mi ha detto Sandro Carniel – ho il compito di fare della buona ricerca e di pubblicarla su riviste del settore. A queste due grosse attività si può affiancare una terza missione, che consiste nel divulgare l’attività anche al di fuori del contesto degli esperti con i quali ci si confronta.” Da questa attività di divulgazione che cosa ha ottenuto?

La mia cerchia di conoscenze è aumentata e si è arricchita di persone veramente desiderose di capire come funzionano le cose e soprattutto di trovare una sorta di certificazione scientifica affidabile, in un mondo in cui si può trovare tutto e anche il contrario di tutto. 

Se volete conoscere i dettagli di uno studio molto interessante, che riguarda i moti ondosi oceanici e che l’Istituto di Scienze Marine del CNR di Venezia, ha svolto in due anni d’attività nel Mar Adriatico, vi consiglio di ascoltare questa intervista.

Ascolta questo episodio in podcast su iTuneso Spreaker 

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