Essere ancora nuovamente moderni solo questo ci può salvare – Roberto Mordacci

L’ospite di questo episodio di Periscritto è Roberto Mordacci che è Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e docente di Filosofia morale e di Filosofia della storia. Roberto Mordacci è anche autore di diverse pubblicazioni, l’ultima delle quali s’intitola “La condizione neomoderna” (Einaudi 2017).

In questo libro Roberto Mordacci afferma che il postmoderno è morto, in quanto portatore di una visione del mondo che non è più all’altezza dei nostri tempi e sostiene invece che stiamo vivendo in una nuova modernità. Una condizione non facile, poiché aumentano i conflitti e i cambiamenti sono molto rapidi, nella quale bisogna trovare i principi per poterli affrontare.

Oggi ci troviamo in una condizione simile a quella dei primi moderni del Cinquecento e Seicento, che hanno attraversato delle sconfitte e dei drammi imponenti ma che hanno il compito, il dovere, la responsabilità di guardare avanti e per questo ci serve un’idea della storia come qualcosa che ha un futuro. Solo questo ci può salvare: essere ancora nuovamente moderni.

Per affrontare il nostro quotidiano e i cambiamenti che ci attendono, abbiamo un grande bisogno della filosofia affinché ci aiuti a raggiungere gli angoli più bui della nostra esperienza e  cultura e a sciogliere le contraddizioni nell’ottica di un nuovo illuminismo, inteso come pensiero che tenta di rischiarare. “I filosofi oggi – dice Mordacci – si sono messi a provare a fermare alcuni punti che possano essere proposti come condivisibili e si tratta non soltanto di pensiero astratto ma anche di pensiero narrativo.”

Abbiamo bisogno di storie perché è il nostro modo di provare ad avere un futuro. Abbiamo bisogno di recuperare il senso del tempo e la filosofia oggi è richiamata un po’ da questo magnetismo del tempo. Il problema principale nella cultura contemporanea deriva dal fatto che il tempo che passa ci sembra meno dotato di senso, di densità, di forza e la sfida è invece proprio quella di rintracciare in questo tempo che passa, nelle attività che facciamo, un senso possibile, un senso che non vale solo per me ma che io posso mostrare al mondo. Gestire il tempo vuol dire inscriverlo in una storia e la filosofia sta facendo questo secondo me: sta ripensando un tempo.

Tra i diversi ambiti di ricerca dei quali si è occupato, Roberto Mordacci mi ha confidato di aver scoperto recentemente una grande passione per il concetto di utopia. L’estate scorsa ha sentito l’esigenza di rileggere i testi di Tommaso Moro, Francesco Bacone, Tommaso Campanella inizialmente senza sapere il perché ma poi, dopo averli riletti, tutto gli è stato più chiaro.

L’utopia è un modo di pensare a come sarebbe una società ben funzionante, armonica, giusta, equa, in cui la cultura non è erudizione ma è un sapere condiviso e in cui i rapporti sono liberi e paritari. Il messaggio che io ricavo da tutte le utopie è che una società giusta, in cui le disuguaglianze sono regolate in maniera equa, è possibile. Le utopie ci dicono che si può pensare in maniera immaginifica senza che questo significhi perdere tempo perché immaginare un luogo, come vivono gli abitanti in quel luogo, come si organizzano, come regolano la giustizia, come producono, non vuol dire stabilire i principi dell’economia politica. È qualcosa d’altro, di più semplice e più ingenuo se si vuole, ma è da lì che vengono a galla le idee interessanti.

Lo sapevate che la filosofia ci aiuta a guardare i film in maniera più consapevole e appagante? Su questo Roberto Mordacci ha scritto un libro che s’intitola “Come fare filosofia con i film” pubblicato da Carocci nel 2017. “Il cinema pensa e ci costringe a pensare – dice Roberto Mordacci – è il luogo di elaborazione della coscienza del mondo contemporaneo.” Ma come si può leggere filosoficamente un film?

Che cosa mi stai dicendo e come me lo stai dicendo?  Questo è l’atteggiamento giusto da assumere mentre guardiamo un film. Il film ci parla in chiave filosofica, per esempio, attraverso l’uso delle immagini cioè mettendo in primo piano un certo dettaglio. In questo modo ci invita a non seguire semplicemente la storia ma a guardare l’immagine e a concentrasi su quel dettaglio. Questo fa emergere un senso, una domanda o anche una risposta, che altrimenti libri, parole e semplicemente esperienza non ci darebbero.

Roberto Mordacci si è espresso in questa intervista anche in merito al legame esistente tra  la filosofia e le neuroscienze, che oggi sono secondo lui una frontiera della nostra conoscenza e in particolare del nostro modo di conoscere chi siamo. Filosofi e scienziati devono tenersi lontani dai giudizi precostituiti che sono una minaccia alla libertà: è importante vedere cosa ci mostra e cosa ci dice la scienza, non prenderla come definitiva, fare le domande giuste, qualche volta scovare il problema e segnalarlo.

Si tratta di argomenti complessi ma affascinanti come l’intervento di Roberto Mordacci al “Festival Filosofia” del 2017, in cui si è espresso a proposito dell’artificializzazione e del potenziamento dell’umano.  In quell’occasione è stata molto interessante la riflessione estemporanea emersa, durante il suo intervento, a proposito dell’arte nella dimensione del potenziamento.

L’arte potenzia il modo di esprimere la nostra presenza nel mondo e lo fa in modo diverso dalla tecnica. La tecnica prende la materia prima e ne tira fuori energia, ne tira fuori un prodotto o un processo. L’arte invece si ferma, prende l’oggetto e vi immerge tutta l’energia di senso di cui noi siamo capaci. È questa la grandezza dell’arte: mettere dentro alla realtà che viviamo, tutto ciò che di umano si può far risaltare, a partire dalla materialità che siamo noi e che ci circonda.

A conclusione di questa intervista possiamo osservare che oggi c’è tanto bisogno di filosofia e di filosofi in tutti i campi, per aiutare le persone ad abitare questo mondo in modo accettabile. Gli intellettuali in particolare sono chiamati, secondo Roberto Mordacci, a non arrendersi e a provare a scambiare tra loro le migliori idee e  conoscenze che hanno, per affrontare le sfide che abbiamo davanti e che sono enormi. “La cosa peggiore che possiamo fare – dice Mordacci – è metterci nella posizione disincantata dell’intellettuale disilluso, che non crede più a nulla e che si ritira nell’ironia o nel gioco, nello scherzo o nella rinuncia.”

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