Scrivo in prima persona perché è l’approccio più onesto nei confronti del lettore – Andrea Tarabbia

In questa puntata di Periscritto ho incontrato lo scrittore Andrea Tarabbia che è l’autore di romanzi che hanno avuto un grande successo come “Il demone a Beslan” (Mondadori 2011) e “Il giardino delle mosche” (Ponte alle Grazie 2015) per il quale è stato selezionato tra i finalisti del Premio Campiello 2016.

I romanzi di Andrea Tarabbia sono basati su fatti realmente accaduti e su personaggi realmente esistiti e perciò si potrebbero definire anche come romanzi storici. A questo scrittore capita di innamorarsi della vita di qualcuno, anche se si tratta di personaggi malvagi, e nel momento in cui questo accade, lui capisce che a quella vita dovrà dedicarsi come narratore. Andrea Tarabbia dedica molto tempo alla fase preparatoria della scrittura dei suoi libri e nello specifico si tratta di una fase di documentazione, di studio, di lettura e di raccolta di elementi dettagliatissimi e inerenti alla storia.

Impiego mediamente tre anni per scrivere un libro ma nei primi due non scrivo neanche una parola. In questo periodo di tempo raccolgo tutto il materiale necessario e mi documento e solo quando sento di avere un quadro abbastanza chiaro comincio a scrivere. La fase di stesura vera e propria del libro dura circa un anno e solitamente la prima versione è quella definitiva nel senso che non faccio un grande lavoro di revisione.

Andrea Tarabbia attraverso i suoi romanzi si è occupato di storie di violenza e di crimini particolarmente efferati. Ne “Il demone a Beslan” ha raccontato la storia dell’unico terrorista sopravvissuto alla strage dei bambini della scuola di Beslan, mentre ne “Il giradino delle mosche” quella di Andrej Čikatilo pluriomicida efferato di donne e bambini. Per entrambe le storie ha scelto di scrivere in prima persona e mi ha detto che quando lui scrive in terza persona la sua voce non gli piace.

Per me la lettura è una immagine: lo scrittore e il lettore seduti allo stesso tavolo che si parlano. Nell’approccio in prima persona io sento di essere onesto nei confronti dei lettori perché riesco ad andare più in profondità così ho scelto di far vedere loro il mondo attraverso gli occhi di questi mostri filtrandoli con la mia penna e la mia mano.

Andrea Tarabbia è molto legato alla letteratura russa che è stata un po’ la culla nella quale è cresciuto e si è formato come scrittore. Insieme abbiamo conversato a proposito di uno dei capitoli più noti dell’opera “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij ovvero “Il grande inquisitore“, ma anche sulla letteratura italiana contemporanea. Qual è secondo Andrea Tarabbia lo stato di salute della letteratura contemporanea?

Dal punto di vista della produzione non siamo messi male ma dov’è finita la complessità della letteratura? Da un lato persiste l’ idea della semplificazione della scrittura,  dall’altro ci sono i titani della letteratura di questi ultimi 20 anni che sono scrittori in realtà complicatissimi. Secondo me arriverà il momento in cui noi autori da una parte e gli editori, i critici letterari e gli accademici dall’altra, dovranno decidere di restituire un po’ di complessità al linguaggio letterario che è nato complesso e che deve continuare a esserlo.

In questa intervista abbiamo parlato anche del libro che Andrea Tarabbia ha scritto nel 2014 e che s’intitola “La buona morte” una sorta di reportage narrativo su un tema delicato e controverso come il fine vita. Se volete conoscere il suo punto di vista in merito vi consiglio di ascoltare questa intervista.

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Scopri il segreto degli scrittori

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